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27
Mag
12

LE CAUSE DELLA FINE

COLLASSO” è un libro di Jared Diamond, docente di geografia all’Università di Los Angeles,  che vale la pena di leggere perchè analizza le cause che portarono alla scomparsa di civiltà un tempo fiorenti.  Diamond cerca di spiegare come e perchè  popoli  in passato ricchi e potenti (vichinghi, maya, anasazi, gli abitanti dell’isola di Pasqua, e molte altre civiltà) abbiano potuto compiere scelte disastrose per la loro sopravvivenza, e si chiede se la società contemporanea  sia in grado di imparare la lezione.

Si tratta di un argomento complesso e affascinante, al quale non può essere data una sola risposta.  “Come era possibile che un popolo potesse prendere una decisione così palesemente folle come quella di abbattere tutti gli alberi da cui dipendeva la sua sopravvivenza?“. Questa domanda, riferita agli abitanti dell’isola di Pasqua, può essere adattata alla realtà di altre società, e soprattutto alla nostra civiltà attuale? E’ possibile che scelte sbagliate  ci possano condurre all’autodistruzione?

Le risposte che fornisce il prof. Diamond sono articolate:

(1)  una decisione disastrosa può derivare dalla mancata previsione del problema (esempio: i vichinghi della Groenlandia non potevano prevedere il periodo di glaciazione che  li ridusse alla fame, come i maya furono sterminati da una siccità nel IX secolo);

(2) le false analogie possono condurre a scelte irragionevoli: quando ci troviamo in una situazione sconosciuta, la reazione istintiva è quella di fare analogie con casi a noi familiari, ad esempio la deforestazione per creare terreni per l’agricoltura o il pascolo, utile per molto tempo, in spazi ristretti porterà infine alla mancanza di materie prime come il legname, e all’erosione del suolo;

(3) il mancato allarme perchè non ci si accorge dell’insorgere della crisi è causato il più delle volte da problemi che si manifestano gradualmente e sono nascosti da ampie fluttuazioni (esempio: il riscaldamento globale). A questo proposito Diamond cita quella che definisce amnesia del paesaggio, per cui gli abitanti di uno stesso luogo sono meno consapevoli del cambiamento ambientale rispetto ad un estraneo che manchi per molti anni per poi ritornarvi: “A poco a poco, gli alberi dell’isola di Pasqua diminuirono di numero, di dimensioni e d’importanza. All’epoca in cui fu abbattuta l’ultima palma adulta, questa specie di albero aveva cessato già da tempo di essere economicamente rilevante“;

(4) la collisione (conflitto) d’interessi comporta la ben nota “tragedia del bene comune, in cui molti fruitori traggono profitto da una risorsa comune, ma nessuno, pur prevedendone l’esaurimento (si veda il caso di molte specie ittiche), si tira indietro per primo. In questo caso interessi “forti”,ad esempio delle multinazionali, possono portare alla distruzione di ingenti porzioni di foresta tropicale pluviale, ignorando la convenienza delle popolazioni locali (lo stesso vale per il petrolio);

(5) un comportamento irrazionale può derivare dalla scelta di ignorare il pericolo perchè la soluzione è  in contrasto con proprie idee e costumi radicati (esempio: valori religiosi in contrasto con pratiche di limitazione delle nascite, tabù alimentari,  incapacità di rinunciare al proprio standard di vita). Questo genera ciò che gli economisti chiamano “effetto dei costi sommersi;

(6) prediligere gli obiettivi a breve termine rispetto a quelli a lungo termine, modo di agire tipico della classe politica mondiale il cui orizzonte non va al di là delle prossime elezioni;

(7) gli errori del “pensiero di gruppo” possono spingere ad appoggiare decisioni collettive irrazionali. Per dirla con F. Schiller  ciascuno di noi, considerato da solo, è sufficientemente sensato e ragionevole, ma una volta parte della folla, diventa subito una testa di legno” (si veda il caso del prezzo dei tulipani olandesi tra il 1634 e il 1636, che suscita tante analogie con le crisi attuali in diversi settori);

(8) altre ragioni come l’impossibilità tecnica di risolvere un problema perchè imprevedibile o irrisolvibile, la paura del rischio del fallimento,  il rifiuto emotivo, il ritardo nell’applicare la soluzione trovata, sono gli altri fattori citati nel libro.

Una strategia che invece si è rivelata vincente è quella adottata dagli abitanti di Tikopia, una remota isola tropicale del Pacifico sudoccidentale (dista una settimana di navigazione dalla più vicina isola abitata) estesa per soli 4,6 kmq e con una popolazione di 1200 persone.  L’isola è tutt’oggi abitata, ed è un esempio di strategia bottom-up, in cui gli abitanti autoregolano collettivamente il loro numero e lo sfruttamento delle risorse locali, e ciò avviene con successo da oltre 3000 anni!

Per chi vuole vedere il documentario su Tikopia trasmesso da Geo & Geo:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-9e26bbac-b858-4157-a114-54deb3bbe489.html

 




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