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09
Ott
12

I DIMENTICATI DI AUNG SAN SUU KYI

      “Absolute peace in our world is an unattainable goal”  (Nel nostro mondo la pace assoluta è un obiettivo irraggiungibile” – Aung San Suu Kyi, Discorso a Oslo del 16 giugno 2012 per il Premio Nobel per la Pace assegnatole nel 1991.

THE LADY è un film di Luc Besson, girato nel 2011, che descrive la storia vera di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991 e “orchidea d’acciaio” del movimento per la democrazia della Birmania. Dopo l’assassinio del padre, il generale Aung San, leader della lotta indipendentista birmana, Suu cresce in Gran Bretagna e sposa  il professore universitario Michael Aris. Quando nel 1988 il suo popolo insorge contro la giunta militare, Suu, tornata nel paese natale per assistere la madre malata, si prende la responsabilità di guidare l’opposizione al potere assoluto dei generali.

Costretta  agli arresti domiciliari, Suu vive la sua rivoluzione democratica a distanza, ma il rapporto con la famiglia, pur tra dolorose separazioni, le darà la forza necessaria per riuscire nella sua straordinaria impresa di libertà. La sua reclusione  durerà quasi 20 anni, e le costerà incredibili sacrifici e sofferenze. Come quando nel 1999 dovette rifiutare di recarsi in Inghilterra per vedere un’ultima volta suo marito malato di cancro, per paura di non poter rientrare in Birmania. Quando infine Aung San Suu Kyi venne rilasciata dagli arresti domiciliari nel novembre 2010, non vedeva i suoi due figli, Alex e Kim, da dieci anni.

Sono stati proprio l’inesauribile determinazione e lo straordinario coraggio di questa donna, sola, in lotta contro un regime brutale e tirannico a spingere Michelle Yeoh (che nel film impersona Suu) e Luc Besson a portare sullo schermo il suo incredibile percorso: un progetto, ha raccontato Besson, durato ben 10 anni e documentato fin nei minimi particolari. Un film storico, non tanto un documentario, da non perdere.

Qui lo integriamo con la “filosofia” di Suu, riportata da lei stessa nel discorso di Oslo del 16 giugno di quest’anno:

“Come buddista, avevo sentito parlare di dukha, generalmente tradotto come sofferenza, fin da quando ero una bambina piccola. Quasi ogni giorno i più anziani, e talvolta i non tanto anziani, intorno a me mormoravano “dukha, dukha” quando soffrivano di dolori o  malattie o quando avevano piccoli fastidiosi inconvenienti.  Tuttavia, è stato solo durante i miei anni di arresti domiciliari che sono riuscita a indagare la natura dei sei grandi dukha. Questi sono: essere concepito, invecchiare,  ammalarsi,  morire, essere separato da chi si ama, essere costretto a vivere in vicinanza con quelli che non si amano.”

……………………………

“Quali esperienze potrebbe aver subito nostro Signore Buddha se ha incluso questi (ultimi) due stati tra le grandi sofferenze? Ho pensato ai prigionieri e ai rifugiati, ai lavoratori migranti e alle  vittime della tratta di esseri umani, a quella grande massa di sradicati della terra che sono stati strappati dalle loro case, separati dalle famiglie e amici, costretti a vivere la loro vita in mezzo a sconosciuti per i quali non sono  sempre i benvenuti.”

Il testo integrale in italiano del Discorso di Aung San Suu Kyi del 16 giugno 2012 si può leggere cliccando sul seguente titolo:

       Aung San Suu Kyi Traduzione italiana del discorso per il Premio Nobel  

Il video del discorso (in inglese) è su YouTube.




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