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Gen
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Dorina Martina: alla ricerca del dialetto perduto

dorina martina  Per quelli che, come me, sono cresciuti in una cultura “bilingue” (in cui la lingua madre era il dialetto leccese, e l’italiano la seconda lingua appresa a scuola), la lettura dell’ultima fatica letteraria di Dorina Martina “…Nu ppe’ quistu me rrussiscu ca te parlu alla leccese” rappresenta una importante e anche divertente riscoperta.

Non sono molti coloro che, come Dorina, comprendono l’importanza della “trasmissione culturale“,  sia delle esperienze vissute che della lingua dei padri, anche perché le giovani generazioni dedicano il loro tempo a ben altri interessi. Perciò, secondo stime recenti, solo il 17 % della popolazione pugliese si esprime prevalentemente nel dialetto del suo luogo d’origine. Molti conoscono, è vero, alcuni termini o locuzioni dialettali, ma poche persone, soprattutto anziane, riescono ad esprimersi oggi nell’incisivo linguaggio dei nostri padri e nonni.

Il grande merito di Dorina è stato quello di riappropriarsi e farci dono, con studi e ricerche sul campo,  di quella che definisce “cultura corale“, e cioè le espressioni idiomatiche, le locuzioni, gli aforismi caratteristici del nostro dialetto. Molti dei motti riportati nel suo volume,  senza il suo impegnativo lavoro, con gli anni sarebbero andati incontro a sicura estinzione. Sarebbe stato un vero peccato, poiché con la loro immediatezza e genuinità, oltre a risvegliare memorie e ricordi lontani, costituiscono una parte imprescindibile della nostra storia, un “patrimonio di preziosissime gemme” che rappresentano “la filosofia di una vita spesso arricchita da battute piccanti, da toni ironici e sarcastici, da buon senso……un linguaggio, quindi, che, a prima vista, potrebbe sembrare talvolta anche volgare e scurrile, ma che in realtà è efficace, incisivo, coinvolgente e sempre capace ora di sdrammatizzare, ora di marcare la propria rabbia, ora di esprimere con forza i propri pensieri” (dall’Introduzione scritta dall’Autrice).

Il libro è reso ancora più interessante dalla traduzione in italiano di ciascuna frase riportata, spesso spiegata e commentata anche con riferimenti alla lingua latina e greca, a dimostrazione che il nostro dialetto è più vicino alla lingua latina rispetto alla stessa lingua italiana. Tanto per fare un esempio: domani (italiano), cras (latino), crai (dialetto).

Mi permetto di riportare alcune frasi del volume, con il relativo commento di Dorina, frasi che molti di noi hanno sentito o che hanno meccanicamente ripetuto, senza mai comprenderne la vera origine e significato:

Lassare all’urmu: Lasciare all’olmo; all. lasciare qualcuno con la bocca asciutta da parte del vincitore durante il gioco delle carte o della morra; l’espressione deriva dalla frase francese “Attendez moi sous l’orme” (aspettatetemi sotto l’olmo cioè aspettatemi inutilmente).”

Perdere Filippu e panaru: Perdere tutto; l’espressione dialettale risale al XVI secolo; in quel periodo regnava a Napoli Filippo II, re di Spagna, il quale era solito raccogliere offerte in natura per poi distribuirle in un paniere ai poveri. Costoro, quando egli morì, dissero: “Abbiamo perduto Filippo e il paniere”.”

Forse, grazie al lavoro di Dorina Martina, quel paniere perduto è stato ritrovato.scan 3


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