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Nov
10

Vivere per raccontarla

vivir para contarla

Ho letto l’autobiografia di  Gabriel Garcia Marquez, dal titolo “Vivere per raccontarla”. Il libro, peraltro noioso, inizia con questa frase: “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si
ricorda per raccontarla“.

Non si tratta solo di uno dei tanti aforismi, ma del riconoscimento dell’importanza della trasmissione culturale da una generazione alla successiva, analogamente a quanto avviene per la trasmissione dei caratteri ereditari e ugualmente importante per la sopravvivenza dell’individuo e della specie umana.  La trasmissione culturale può essere anche chiamata “esperienza“, come definita nel noto aforisma di Aldous Huxley  “L’esperienza non è ciò che accade a un uomo. È quello che un uomo fa con ciò che gli accade.”

Per il resto,del libro di Marquez (niente a che fare con l’autobiografia di Neruda “Confesso che ho vissuto”, decisamente a un livello superiore) mi ha colpito solo la citazione di questo rimprovero che gli rivolse un critico, dopo aver letto uno scritto di Marquez su un episodio reale della sua infanzia: “Persino la realtà si sbaglia quando la letteratura è brutta“, disse morto dal ridere (pag. 355).


1 Response to “Vivere per raccontarla”


  1. 1 Flavia
    12 dicembre 2010 alle 09:01

    Mi hai convinto leggerò la biografia di Neruda!!!!:D A proposito ti posto la descrizione dei suoi funerale fatta da Isabel Allende nella “Casa degli Spiriti”, uno tra i libri più belli che io abbia mai letto.
    “Il Poeta agonizzò nella sua casa vicino al mare. Era malato e gli eventi degli ultimi tempi esaurirono il suo desiderio di vivere. La truppa gli aveva violato la casa, avevano rovistato tra le sue collezioni di conchiglie, di chiocciole, tra le sue farfalle, tra i suoi libri, tra i suoi quadri, tra i suoi versi inconclusi, cercando armi sovversive e comunisti nascosti finché il suo vecchio cuore di bardo non aveva cominciato a vacillare. Lo portarono alla capitale. Morì quattro giorni dopo e le ultime parole dell’uomo che aveva cantato alla vita furono: li fucilarono! Li fucilarono! Nessuno dei suoi amici poté stargli vicino nell’ora della morte, perché erano fuorilegge, profughi, esiliato o morti. La sua casa azzurra in collina era semirovinata, il pavimento bruciato e i vetri rotti, non si sapeva se fosse opera dei militari, come dicevano i vicini, o dei vicini, come dicevano i militari. Il senatore Trueba era suo nemico ideologico, ma l’aveva spesso avuto in casa sua e conosceva a memoria i suoi versi. Si presentò alla veglia funebre con sua nipote Alba. Il piccolo corteo camminava in silenzio. D’improvviso qualcuno gridò rocamente il nome del Poeta e una sola voce a piena gola rispose “Presente! Ora e sempre!” Fu come se avessero aperto una valvola e tutto il dolore, la paura e la rabbia di quei giorni fossero usciti dai petti e circondassero la strada e salissero in un terribile clamore fino ai neri nuvoloni del cielo. Un altro gridò: “Compagno Presidente!” E tutti risposero in un lamento, pianto di uomo: “Presidente!” A poco a poco il funerale del Poeta si tramutò nell’atto simbolico di seppellire la libertà. La voce di tutti si levò in un canto e l’aria si riempì delle frasi proibite, gridando che el pueblo unido jamas serà vencido, fronteggiando le armi che tremavano nelle mani dei soldati. – Peccato che fosse comunista!- disse il senatore Trueba a sua nipote. Un così bravo poeta e con le idee tanto confuse! Se fosse morto prima del Pronunciamento Militare, immagino che avrebbe ricevuto un omaggio nazionale! – Ha saputo morire come aveva saputo vivere, nonno- replicò Alba. “


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